luglio 01, 2007

Verd vs Mozzi, parte prima.


V - La prima domanda che ti faccio riguarda la mia esperienza di studente in una scuola di scrittura. Spesso sento dire che non c’è male, che le cose che io e i miei compagni scriviamo hanno una discreta qualità, soprattutto tecnica. Però mancano, per così dire, di forza. Anche tu, nel tuo lavoro di editor, hai la sensazione che quello che oggi manca agli aspiranti scrittori non sia la tecnica?
M - Da noi arrivano una quantità di testi impressionante. Di questi c’è n’è una gran numero, diciamo il 90%, che elimino senza patemi perché a prima vista sembrano scritti male, abbondano di cliché, di cose standard. Nel restante 10% ci sono testi che sono ben fatti e che quindi leggo dal principio alla fine, ma dopo averli letti mi dico: si vabbè, ma questo non mi interessa.

V - Come capisci che un testo ha forza, che è interessante?
M - Possiamo dividere il campo con una linea: su questa linea stanno tutti i testi che sono fatti bene, in cui il modo della narrazione è ineccepibile. Al di qua della linea ci sono quelli di chi non sa fare, e al di là ci sono quelli di chi sorpassa il ben fatto per mettersi a fare dell’altro; altro che può essere un’invenzione formale o il raccontare qualcosa di così interessante per la sua materia che il fatto che il racconto sia in sé ben fatto non si vede neanche. Io cerco di pubblicare quei testi in cui accadono entrambe le cose, in cui la materia è interessante e non c’è un uso semplicemente utilitaristico delle forme.

V - Chi rientra in quel 10% di testi fatti bene ma non ancora abbastanza da essere pubblicati? Voglio dire, si tratta di un insieme omogeneo, magari persone che si occupano già di scrittura, che frequentano corsi, scuole, che hanno già alle spalle qualche piccola pubblicazione, o c’è di tutto?
M - Ci sono anche testi di persone che hanno pubblicato in qualche rivista, che hanno già fatto delle cose, ma non mi sembra che sia questo il discrimine. Mi capita di ricevere testi da persone che hanno già pubblicato libri che mi sembrano altrettanto ingenui e inutili di testi inviati da sconosciuti assoluti. La scelta in questi casi è più che altro decidere se fare la scommessa di seguire questa persona. Il testo che ho sul tavolo mi sembra scritto assai bene, è molto pimpante, molto giovanile, molto tutto, ma non credo che quando avrò finito deciderò che questo romanzo si pubblica. Credo che quando avrò finito potrei decidere di telefonare a questa persona e proporgli di vederci e avviare una relazione dalla quale più in là, forse, nascerà un libro.

V - Ti chiedo una tua definizione di letteratura.
M - Letteratura è qualcosa di scritto.

V - Non pensi che una definizione di letteratura debba fare i conti anche con i parametri del "bello" o almeno del "ben fatto"?
M - Io dico che letteratura è ciò che è scritto, perché questo è un criterio che può essere applicato da me come da chiunque altro. Se devi decidere tra cosa è e cosa non è, non può esserci un giudizio di valore, occorre trovare il criterio più difficile da contestare. Se inizio a pensare che è letteratura ciò che è bello, che è in realtà l’uso ordinario della parola, uso il modello del ragionamento razzista. Sarebbe come dire che per essere un uomo non basta essere un bipede, avere le caratteristiche fisiche degli altri uomini, ma occorre anche un giudizio di valore. Io sarei per la non motivazione dei giudizi di valore. Se tu mi chiedi che cosa è bello, ti rispondo che ci sono cose belle. Quanto all’aspetto tecnico, dentro la letteratura vi sono una quantità di testi che sono adeguati rispetto alle convenzioni retoriche, narrative, argomentative, del tempo. Questi sono i testi ben fatti. La bellezza però è un’altra cosa. Se una cosa è bella è anche tecnicamente a posto, se mi sembra tecnicamente non a posto ma bella, probabilmente vuol dire che contiene delle innovazioni tecniche che io non so ancora decifrare e che quindi mi sembrano degli sbagli, ma non è la qualità tecnica che determina la bellezza, è la bellezza che valorizza anche da un punto di vista tecnico ciò che c’è nel testo.

V - Come scrittore cos’è che ti interessa raccontare, e cos’è che secondo te oggi andrebbe raccontato?
M - Ciò che mi interessa raccontare è la perdita di controllo sul corpo, mi sembra sia quello che sta avvenendo dopo la separazione tra anima e corpo.
Rispetto alla seconda domanda, ci sono più che altro delle forme che secondo me andrebbero saggiate e sperimentate. Mi sembra che oggi ci sia la possibilità di liquidare il romanzo ottocentesco e di recuperare il romanzo sei-settecentesco, cioè la possibilità di chiudere questa strana parentesi in cui si pensava che la narrazione, il romanzo in particolare, fossero racconti del mondo sociologicamente rilevanti, come in Manzoni, Zolà, e ritrovarne invece un altro aspetto, che è quello della narrazione come narrazione. Nell’Orlando Furioso, in Pantagruel o in Tom Jones, la narrazione è invenzione che se parla del mondo non lo fa per mezzo della rappresentazione ma dell’allegoria, il che peraltro è ciò che fanno alcuni tra i narratori americani contemporanei più ammirati. Un romanzo come l’arcobaleno della gravità di Pynchon somiglia molto di più all’Orlando Furioso che ad un romanzo dell’ottocento o neorealista. Abbandonare la pretesa di realismo è importante anche perché siamo in una fase in cui i mezzi di comunicazione riescono ad imporre il loro realismo, cioè a gabellarsi come portatori della realtà.

2 commenti:

alasca ha detto...

va bè, ma che foto hai messo?
uè, ma mila non era ma capitale della grafica e del digital design? che, ti manca photoshop?

Anonimo ha detto...

questo commento dimostra inequivocabilmente che sei un direttore della fotografia molto ma molto italiano...