giugno 16, 2008
marzo 12, 2008
città per intenditori
Sfido, avrebbero gridato i suoi colleghi, è una città tutta uguale, tutti i quartieri si rassomigliano, tutte le strade si incrociano ad angolo retto, si ha sempre la sensazione di essere rimasti fermi, c’è da perdere la testa, c’è da impazzire, che città, madonna, che città.
Ma erano semplificazioni di nuovi arrivati, sfoghi di meriidionali all’estero, che imbruttivano il diavolo per giustificare le loro nostalgie, la loro inadattabilità, o più spesso ancora per vantarsi poi con quelli rimasti a casa; paralavano di Torino già con la voce di chi racconta in un cerchio attonito di parenti. Dopo tanti anni che ci abitava, lui sapeva ormai che la leggendaria monotonia della città era un’invenzione di osservatori superficiali, o piuttosto un mascheramento da cui l’ingenuo e l’impaziente si lasciavano ingannare come dal neutro pelame mimetico di un animale appiattato. Sotto quell’apparenza così ovvia, di carta messa in tavola, Torino era una città per intenditori. C’era – penso il commissario considerando la via inevitabilmente dritta, a perdita d’occhio – lugubre e lugubre.
febbraio 04, 2008
gennaio 14, 2008
novembre 29, 2007
il martirio dei metalli
novembre 07, 2007
a proposito della luce
I fuochi terrestri non sono che impronte, su materie diverse (psichiche, minerali), della luce del mondo onirico. La forma, che modella il gesto infuocato come la pietra invetriata, é contenuta nell'immaginazione. Ma persino le pure immagini, i modelli formali, pur permanenti come sono rispetto alle loro incarnazioni modellate, concrete, appaiono ingannevoli, sono un'illusione rispetto all'eternitá, all'assenza di ogni forma o modello; la sapienza che largiscono é inferiore all'esperienza di chi si estingue nell'assoluto, nella fonte di ogni luce.
'Elémire Zolla'
novembre 05, 2007
nouvelle héloise
ottobre 23, 2007

Che cosa sono i ritmi nel verso? Sono gli spettri d'un corpo che accompagni danzando il grido d'un'anima.
E' ora famelica.
E' ora famelica, l'ora tua, matto.
Strappati il cuore.
Sa il tuo sangue di sale
E sa d'agro, è dolciastro essendo sangue.
Lo fanno, tanti pianti,
Sempre più saporito, il tuo cuore.
Frutto di tanti pianti, quel tuo cuore,
Strappatelo, mangiatelo, saziati.
Destino
Volti al travaglio
come una qualsiasi
fibra creata
perchè ci lamentiamo noi?
GIUSEPPE UNGARETTI
ottobre 04, 2007

Un uomo ragno blu e rosso
Arnaldo ha quarantotto anni, il figlio sordomuto e la casa a Cortina.
Arnaldo è nato a Enna ma vive a Mondovì.
Arnaldo porta sempre pantaloni con le pens, e con quelle gambe corte il culetto gli sta tondo nei pantaloni.
Ad Arnaldo piace cucinare il pesce, che gli ricorda sua madre, allora la domenica il pranzo lo prepara lui, e manda sua moglie Susanna sul divano.
La domenica le cose si fanno bene, e manda il figlio a disegnare.
E il figlio, ogni domenica gli fa un uomo ragno.
Invece di lunedì si lavora.
Mangia a casa con la sua Susanna, e il figlio ogni lunedì gli regala
il disegno blu e rosso con scritto uomo ragno sotto.
Poi va a prendere il caffè e si incontra con gli altri due.
Fanno centocinquanta chilometri. Arnaldo che è il più vecchio non guida per riposare e intanto si fa la striscia.
Quando arrivano aspettano un momento, due scendono uno resta.
Alla cassa un vecchio con la faccia molle apre il cassetto e mette i soldi tutti.
-Fai presto testa di cazzo.
Dietro al vecchio c'è un disegno dell’uomo ragno blu e rosso con scritto uomo ragno sotto e,
buon natale nonnino.
Via veloce, venti chilometri e fanno la striscia,
Quando arrivano Arnaldo pensa,
Forse, voleva un uomo ragno suo figlio per natale .
settembre 05, 2007
avessimo avuto 10000 fantaccini
Mai una volta che questi dell'esercito russo riferiscano un ordine. Tutto succede per caso. Le battaglie si vincono e si perdono perchè capita.
Nessuno fa sapere ai tali pezzi d'artigliera che è ora di ritirarsi, quelli continuano a sparare e mandano a carte quarantotto (anche se il 48 non c'era ancora stato) tutti i piani dei francesi, e la battaglia è vinta.
Poi magari una compagnia di fucilieri di Minsk appostata nella boscaglia fa fuoco al momento sbagliato e becca una divisione di ussari che andava alla carica nella direzione sbagliata, e la battaglia è persa.
Poi uno dice che Napoleone è un grande stratega. Ma 'sti russi maledetti non erano capaci di riferire un solo ordine, li avremmo sconfitti anche noi, avessimo avuto diecimila fantaccini.
Solo non ci hanno fatto provare.
agosto 22, 2007
Le chameau sauvage
Il mio nome è Leandro. Non è il mio vero nome, si intende, il mio vero nome è talmente borioso e altisonante che non può essere usato in un racconto scritto in prima persona senza farlo diventare pesante, e questo non è un racconto pesante ma è un racconto di una leggerezza tale che scrivendolo mi sento pieno di elio. Mentre facevo le scale della standa pensavo al mio vecchio deodorante e ai tre giorni passati in Francia e a quando il mio amico Piero ha giocato un torneo di calcetto con gli anfibi con la punta di ferro. Io Leandro sono andando il Francia insieme ad altre cinque persone per il matrimonio di un amico caro caro che non vedevo da un anno. Lui si chiama Piero e si è sposato in Francia con una ragazza della Francia che si chiama Helene. Helene non si chiama proprio così, Helene ci ha degli accenti in giro che so mica mettere. Mentre facevo le scale della standa per comprare il deodorante nuovo ho pensato che questo matrimonio del mio amico Piero con Helene mi è piaciuto talmente tanto che pensandoci mi è venuta la pelle dell’oca sul braccio destro e sul lato destro del grugno. Poi al piano superiore della standa ho visto una cosa che mi ha convinto a scrivere questo che più che un racconto è un diario di pancia del matrimonio. Così cerco di dimenticare di non essere capace a scrivere e tento di sedermi e provare a scrivere ascoltando la mia pancia, dove in questi tre giorni son finiti quattro o cinque litri di vino francese.
Al matrimonio del mio amico Piero e di Helene con gli accenti siamo andati con il plano e poi con un furgone. Nel plano eravamo in sei. Io di questi sei conoscevo Tommaso e Gabone perché abbiam sempre bevuto delle birre insieme, poi ci erano Mattia che ha sempre pensato che io fossi un scemo e quindi non ci ho mai parlato tanto, la sua ragazza della Spagna che avevo mai visto e Gaggia amico di Mattia anche lui poco conosciuto perché anche lui ha sempre pensato che ero un scemo. Loro che pensavano ero un scemo non me l’hanno mai detto ma si vedeva che lo credevano. Questo penso mentre faccio i primi due gradini della standa per comprare il deodorante nuovo, e penso a quando Piero cantava le canzoni dei Doors spacciandosi un inglese con il controllore del vaporetto per evitare la multa ché eravam senza biglietto. Poi all’aeroporto di Borduax abbiam incontrato Luca che arrivava da Madrid. A Luca ci voglio bene perché è amico mio e non pensa chi sia un scemo. In questa Borduax abbiam affittato un furgone chiamato Il Bastardo Bianco e abbiam mangiato dei piatti di anatra e formaggio seduti nel dehor di una trattoria. Qui a Borduax in questo dehor stavam tutti come fossimo amici da anni e non si capiva che Mattia e Gaggia pensavano che ero un scemo. Mattia e Gaggia quando volevan far ridere parlavan come parla Piero quando vuole far ridere e a me questa cosa piace perché mi ricorda il mio amico Piero ma mi fa anche triste perché credo che sian intelligenti ma ci abbian poca personalità. Il cameriere della trattoria di Borduax ci aveva due gran gengive il naso lungo e la giacchetta bianca con le macchie di vino rosso. Lui era proprio come i camerieri dei film francesi degli anni cinquanta. Poi dopo pranzo Luca ha guidato fino a Sant Junien dove avevam l’albergo e appuntamento con gli altri invitati. Ci era il sole e la campagna francese era verde come quella italiana ma ci aveva un odore diverso e il cielo era lungo come in Italia l’ho visto mai. Le case eran tutte basse a un piano ed eran ville che in Italia si vedon mica perché quella ville in Italia avrebbero avuto almeno tre piani. Mentre facevo gli scale della standa per andare a comprare il deodorante che mi han buttato via in aeroporto pensavo al cielo della Francia senza sapere che poi al piano superiore avrei visto quella cosa che mi ha convinto a scrivere questo diario di pancia che è anche un po’ un racconto, e pensavo a quando con Piero abbiam tirato sassi contro le finestre del patronato.
A me che so niente, prima di partire per il matrimonio del mio amico Piero e di Helene, i francesi piacevan niente ché mi parevan sempre più furbi degli altri, soprattutto degli italiani. Io son una persona che ha viaggiato quasi niente, ho visto poca roba in giro e son riuscito a farmi un’opinione sui francesi e sui tedeschi leggendo i loro libri che mi han fatto venire in mente che noi italiani abbiam un complesso d’inferiorità nei confronti dei francesi mica tanto giustificato, ché mi pare che loro i francesi parlino sempre bene e con toni furbi, ma che poi finiscano sempre a parlare di quello che hanno appena detto e di quanto bene lo han detto. Tranne Celine che lui è dio perché ha creato delle cose che prima ci eran mica. Dei tedeschi mi pare che noi italiani li rispettiamo ma non li amiamo e che loro i tedeschi ci amino ma non ci rispettino, ma che in complesso li si possa definire gran pensatori e quindi persone che a me mi piacciono. Questa cosa sui tedeschi la scrivo perché l’ho detta a cena al mio amico Luca senza pensarci tanto e lui mi ha detto che era una pensata da gran furbo, ma adesso che son qui a scrivere mi pare che sia mica una mia pensata e che potrei averla sentita da qualcuno e riciclata. Penso a questo mentre faccio i gradini della standa che portano dal secondo al terzo piano, e ricordo quando ho chiesto a Piero perché nessuno mi parlava e lui mi ha risposto “bhè, non è che tu comunichi poi così tanto”. Al matrimonio del mio amico Piero e di Helene ho scoperto che ci son francesi che invece di parlare stan muti anche loro. Ho visto due persone che potrebbero far media perché son molto diverse una dall’altra: una ragazzina di circa diciassette anni e un uomo di circa trentasei. La ragazzina si chiamava Catherine ed era molto carina e apparentemente arrabbiata. A me le ragazze che parlan poco mi son sempre piaciute perché parlo poco pure me e facendomele piacere soddifso il mio narcisismo. Questa ragazza Catherine ha detto nessuna parola in tre giorni a nessuno dei venti invitati amici di Piero che arrivavan da Venezia, solo è rimasta tutto il tempo a guardare in giro senza nemmeno sorridere a nessuno. Solo una volta l’ho vista sorridere mentre era in disparte nel giardino della casa della famiglia di Helene dove abbiam fatto festa il giorno dopo la chiesa, penso guardando fuori della vetrata della standa che dà sul viale dell’isola, e mi vien in mente quando Piero è caduto dal California rompendosi lo scafoide. Lei Catherine ragazza muta stava sempre attaccata al suo padre Fred, un uomo con gli occhi e il naso di un coyote, ma con un stomaco che avrebbe potuto ingoiarmi. Io ranicchiato in quello stomaco avrei potuto vivere tranquillo come un beato da quanto era grande. L’altra persona che parlava mai era uno dei sette fratelli di Helene che si chiamava Joseph. Lui ci ha una barba di almeno un anno e i capelli crespi. A prima vista somiglia a Charles Manson ma se riesci a parlargli poi capisci che è un gran buono e non un serial killer americano che brucia i suoi amici dentro una casa. Joseph pare davvero un gran buono, ma non ci ha gli stessi occhi di Helene la moglie del mio amico Piero che sembra una persona gran buona anche lei che fa e dice cose come le vengon in mente senza gran ricami. Durante la cena il giorno delle nozze la ragazza Catherine e Fred suo padre e Joseph fratello di Helene eran seduti al tavolo degli sposi insieme a Mathilde e Luca e me che son Leandro e Falien e Sophie e Olivier e tale Mauro. Tale Mauro si chiama anche Peo perché è pelato e ha fatto il testimone dello sposo insieme a Marco che invece ha i capelli biondi, molti molti soldi e una ragazza Carlotta seduta al tavolo vicino a lui. Marco ha molti soldi e gira il mondo. Io invece giro l’angolo della scalinata della standa senza sapere cosa avrei visto al piano superiore e mi vien in mente di quando Marco mi ha raccontato il suo viaggio nella Mongolia senza nessuna spocchia che infatti lo ascoltavo davvero dentro il ristorante dove abbiam mangiato nouvelle cusine spendendo cinquanta carte a testa ma con soddisfazione, e ricordo quando Piero ascoltava Chris Isaac guidando la Tipo rossa del Lino verso San Martino di Castrozza. L’altro italiano del tavolo degli sposi era Luca che è uno dei miei migliori amici. Io di stare al tavolo degli sposi ero contento tanto che quasi piangevo perché Piero per me è un po’ come Luca e tutti e due vivono fuori dall’Italia e li vedo quasi mai che quando li vedo poi penso a un sacco di cose che gli ho visto fare e sentito dire che per me han un significato perché han cambiato il mio modo di parlare e anche un po’ pensare. Piero e Luca li conosco da quando avevo il moccio al naso e son arrivato nell’isola dalla Liguria. Io quando mi son seduto al tavolo degli sposi ci avevo un poco di paura di fare delle figure brutte e stavo tutto rigido agitato con il dentro che mi pareva di melassa che infatti poi ho rovesciato un bicchiere di vino sulla tovaglia ma Piero e Helene si son mica arrabbiati. Nel pomeriggio avevo bevuto tanto di quel vino francese che il dentro non stava fermo un attimo e mi toccava dirgli sempre di starsi zitto. Infatti ero talmente agitato e ciucco che quando son uscito dalla sala per fumare una sigaretta mi son mica accorto che ci erano pure dei francesi parenti della sposa Helene con gli occhi buoni e ho fatto un rutto così grande che loro han sentito e in francese han detto sottovoce che ero un gran maiale. L’ho capito benissimo. Io volevo far finta di non esser stato me ma lì ci ero solo io e quindi non mi è stato possibile. Dopo la cena abbiam continuato a bere vino fino alle tre del mattino. Si è ballato la musica ricercata del mio amico Piero. Durante la ballata uno degli invitati del mio amico Piero ha messo le mani sotto la gonna della testimone francese di Helene, lei la testimone francese però ci aveva il ragazzo che stava lì a ballare anche lui e quando si è accorto che Guido l’amico mio e di Piero ci aveva le mani nelle mutande della sua ragazza ha avuto una reazione che ho capito mica, ma che ho pensato essere una reazione da gente francese. Insomma lui il ragazzo è andato dalla ragazza ormai quasi senza mutande e le ha dato un lungo bacio con la lingua senza guardare Guido che un secondo prima aveva le mani dentro le mutande della sua ragazza. Poi il ragazzo francese se ne è andato a bere pure lui. Secondo me in Italia il cornuto avrebbe tirato gran pugni a Guido e un sberla alla ragazza. Vai a capire ‘ste francesi e le loro abitudini, magari son abituate a far le maialate dietro l’angolo con il primo Guido che capita, mi dico guardando l’unghia nera del mio piede facendo i gradini della standa senza sapere cosa avrei visto al piano superiore e pensando a quando Piero correva nel corridoio dell’ostello in mutande durante un capodanno a Salisburgo. Poi barcollando verso il centro della pista ho pensato che forse loro fan le maialate con chi capita perché non ci han la chiesa che ci dice cosa devono e cosa non devono. Poi mi vien in mente Avignone. Poi ricordo che son a una festa. Poi penso che son ciucco e che sto ballando una canzone che qualche anno fa mi piaceva molto e quindi la canto ballando come Travolta quando porta fuori Uma Turman in Pulp Fiction. La festa finisce con Helene che mi dice l’unica parola dei tre giorni sorridendo con gli occhi azzurri che ci ha: “la festa è chiusa, vai a casa”, io le faccio il sorriso più grande che posso per farle vedere che son un bravo pure me e vado verso il furgone. Guido mi dice che ci ha dei problemi con “una terribile malformazione in mezzo alle gambe” e che deve “piazzare il latterizia”, Luca è già tornato in albergo perché era stanco, Gabone si è rotolato nel furgone insieme a Guido che non essendo abituato alle usanze locali è scappato dal fidanzato della smutandata francese testimone di Helene moglie del mio amico Piero. Nel Bastardo Bianco ci è pure Pariglia che è un altro amico italiano. Pariglia fa sempre il senza fegato in isola, penso guardando le prime camicie del piano superiore della standa, ma è un umano che ogni tanto dice delle cose che te ne fan capire altre, come quando eravam seduti nella chiesa dove il mio amico Piero ha sposato la sua nuova moglie francese Helene. Lì lui Pariglia a un certo punto mi ha tirato per la giacca e mi da detto: “ma lo sai che io e Piero quando eravam piccoli andavam a messa insieme”, poi si è grattato il naso e si è girato dall’altra parte. La mattina dopo la festa con tutto il vino, mentre vomitavo liquami nel bagno dell’albergo, mi han raccontato che ho guidato fino a lì come il leone d’Inghilterra, ma io ricordo niente. Poi dopo quattro ore dal vomitino ci avevo un bicchiere in mano e stavo nel giardino dei genitori di Helene insieme ad altri cento invitati con la grappa. Nel giardino ho visto il papà e i fratelli di Helene. Il papà sembrava un’anima brava ma un po’ rigida e i fratelli eran talmente tanti che ho fatto confusione. Loro cantavano bevendo la grappa portata dal Lino padre di Piero facendo i gran simpatici che non si son arrabbiati neanche quando giocando al pallone uno di noi chiamato Minotauro ha fatto molto male a uno di loro che il giorno dopo è dovuto andar all’ospedale francese per farsi far delle cure da trauma. Nel giardino grande un ettaro e mezzo siam rimasti fin dopo cena quando ho sentito dire che oltre agli svariati chili di agnello eran stati cucinati cinquanta puelli. Cinquanta puelli, penso nel corridoio del piano superiore della standa dove di lì a poco vedrò quello che ho visto e che mi ha convinto a scriver ‘sta cosa, e penso a quando Piero il giorno dopo un capodanno a Padova ha fatto il bolscevico traditore. Poi abbiam detto ciao a tutti i presenti non italiani e a Helene e a Piero. Quando ho detto ciao a Piero volevo andar più via anche se ci avevo più niente da dirgli come mi capita sempre di aver niente da dir a nessuno neanche se gli voglio gran bene, ma lui ha capito. Lui ha capito come le persone che capiscono, come le persone simili al Pariglia che dice quella frase, che dice com’erano lui e Piero da piccoli a messa. Alla standa penso a quando andavamo verso l’albergo nel Bastardo Bianco e pensavo a tutte le volte in cui ho riso con Piero. In albergo poi Luca era più ciucco di me, era più ciucco di tutti e ci siam tirati sberle e calci nel corridoio dove ridevamo e Luca lì era davvero un amico, pensavo. E infatti poi all’aeroporto il giorno dopo ci siam salutati che io venivo a Venezia e lui a Madrid e ci siam detti quando ci vediamo? E lui lì poi io l’ho visto. Lui lì ci aveva gli occhi rossi ma faceva finta di no. Poi lì al piano superiore della standa. Poi lì al piano superiore della standa ho visto un bambino che si guardava allo specchio, un bambino biondo che si provava un paio di occhiali da sole come un adulto e rideva guardando la sua immagine riflessa nello specchio pensando di esser solo, pensando di esser visto da nessuno. Lì alla standa in cerca di un deodorante nuovo guardando quel bambino ho deciso di scrivere ‘sta cosa, e ho pensato a Piero, quando a Lisbona si faceva fotografare con il culo fuori.
luglio 28, 2007
Tre di San Michele

Carlo Conti, consigliere comunale.
Per una sera con Olga,
la cameriera bianca e rossa,
sono finito in malora nella riva di San Michele,
insieme al benzinaio
e Olga, quella faccia da pagnotta.
Olga Mareschini, cameriera
Alle nove arrivava, la testa grossa i denti grandi,
sedeva, gli occhi ingiù, mi sbirciava. Adelino, che era benzinaio e voleva fare il suonatore,
ogni sera si prendeva una coppetta e m’aspettava.
Poi sui tavoli le sedie, a braccetto fino a casa,
un bacio sulla testa, sulla mano una carezza, e mi salutava.
Venne una sera il consigliere comunale,
all’antipasto occhieggiava
altro pane e mi puntava
il caffè, il fernet, e dritto a casa mi menava.
Quella sera che non si guardarono le carezze,
lui slacciava, la faccia s’informicava, il consigliere comunale m’affogava,
ma poi la porta tremava, Adelino che batteva,
e alla fine l’orecchio se ne andava.
Adelino Casetta, benzinaio.
Era andata niente bene quell'anno.
Il benzinaio nuovo cinque pompe, il bar, i bollini coi regali,
poi la strada nuova,
e gran macchine andavano per la strada nuova.
Allora restava Olga, se ce n’era una che andava bene,
perché anche al complesso eran cominciate le grane.
Col buio portarla a casa, i baci le carezze,
Olga la sera era una mela per bagnarsi la bocca.
Ma poi le guance più rosse e il sedere uno sgabello, andava con le anguille in mano
avanti indietro al consigliere comunale,
quella sera
neanche un’ora, già chiudevan la luce e liberavan le sottane.
Quando mi aveva aperto
quella faccia ridanciana le brillavano gli occhi,
tempo un momento e con le palette era partito l’orecchio.
Quella gridava,
il sangue scolava il consigliere comunale che urlava.
Siam finiti giù dalla riva di San Michele.
Io, Olga e quello, tutti e tre con la testa fracassata.
luglio 01, 2007
Verd vs Mozzi, parte prima.

V - La prima domanda che ti faccio riguarda la mia esperienza di studente in una scuola di scrittura. Spesso sento dire che non c’è male, che le cose che io e i miei compagni scriviamo hanno una discreta qualità, soprattutto tecnica. Però mancano, per così dire, di forza. Anche tu, nel tuo lavoro di editor, hai la sensazione che quello che oggi manca agli aspiranti scrittori non sia la tecnica?
M - Da noi arrivano una quantità di testi impressionante. Di questi c’è n’è una gran numero, diciamo il 90%, che elimino senza patemi perché a prima vista sembrano scritti male, abbondano di cliché, di cose standard. Nel restante 10% ci sono testi che sono ben fatti e che quindi leggo dal principio alla fine, ma dopo averli letti mi dico: si vabbè, ma questo non mi interessa.
V - Come capisci che un testo ha forza, che è interessante?
M - Possiamo dividere il campo con una linea: su questa linea stanno tutti i testi che sono fatti bene, in cui il modo della narrazione è ineccepibile. Al di qua della linea ci sono quelli di chi non sa fare, e al di là ci sono quelli di chi sorpassa il ben fatto per mettersi a fare dell’altro; altro che può essere un’invenzione formale o il raccontare qualcosa di così interessante per la sua materia che il fatto che il racconto sia in sé ben fatto non si vede neanche. Io cerco di pubblicare quei testi in cui accadono entrambe le cose, in cui la materia è interessante e non c’è un uso semplicemente utilitaristico delle forme.
V - Chi rientra in quel 10% di testi fatti bene ma non ancora abbastanza da essere pubblicati? Voglio dire, si tratta di un insieme omogeneo, magari persone che si occupano già di scrittura, che frequentano corsi, scuole, che hanno già alle spalle qualche piccola pubblicazione, o c’è di tutto?
M - Ci sono anche testi di persone che hanno pubblicato in qualche rivista, che hanno già fatto delle cose, ma non mi sembra che sia questo il discrimine. Mi capita di ricevere testi da persone che hanno già pubblicato libri che mi sembrano altrettanto ingenui e inutili di testi inviati da sconosciuti assoluti. La scelta in questi casi è più che altro decidere se fare la scommessa di seguire questa persona. Il testo che ho sul tavolo mi sembra scritto assai bene, è molto pimpante, molto giovanile, molto tutto, ma non credo che quando avrò finito deciderò che questo romanzo si pubblica. Credo che quando avrò finito potrei decidere di telefonare a questa persona e proporgli di vederci e avviare una relazione dalla quale più in là, forse, nascerà un libro.
V - Ti chiedo una tua definizione di letteratura.
M - Letteratura è qualcosa di scritto.
V - Non pensi che una definizione di letteratura debba fare i conti anche con i parametri del "bello" o almeno del "ben fatto"?
M - Io dico che letteratura è ciò che è scritto, perché questo è un criterio che può essere applicato da me come da chiunque altro. Se devi decidere tra cosa è e cosa non è, non può esserci un giudizio di valore, occorre trovare il criterio più difficile da contestare. Se inizio a pensare che è letteratura ciò che è bello, che è in realtà l’uso ordinario della parola, uso il modello del ragionamento razzista. Sarebbe come dire che per essere un uomo non basta essere un bipede, avere le caratteristiche fisiche degli altri uomini, ma occorre anche un giudizio di valore. Io sarei per la non motivazione dei giudizi di valore. Se tu mi chiedi che cosa è bello, ti rispondo che ci sono cose belle. Quanto all’aspetto tecnico, dentro la letteratura vi sono una quantità di testi che sono adeguati rispetto alle convenzioni retoriche, narrative, argomentative, del tempo. Questi sono i testi ben fatti. La bellezza però è un’altra cosa. Se una cosa è bella è anche tecnicamente a posto, se mi sembra tecnicamente non a posto ma bella, probabilmente vuol dire che contiene delle innovazioni tecniche che io non so ancora decifrare e che quindi mi sembrano degli sbagli, ma non è la qualità tecnica che determina la bellezza, è la bellezza che valorizza anche da un punto di vista tecnico ciò che c’è nel testo.
V - Come scrittore cos’è che ti interessa raccontare, e cos’è che secondo te oggi andrebbe raccontato?
M - Ciò che mi interessa raccontare è la perdita di controllo sul corpo, mi sembra sia quello che sta avvenendo dopo la separazione tra anima e corpo.
Rispetto alla seconda domanda, ci sono più che altro delle forme che secondo me andrebbero saggiate e sperimentate. Mi sembra che oggi ci sia la possibilità di liquidare il romanzo ottocentesco e di recuperare il romanzo sei-settecentesco, cioè la possibilità di chiudere questa strana parentesi in cui si pensava che la narrazione, il romanzo in particolare, fossero racconti del mondo sociologicamente rilevanti, come in Manzoni, Zolà, e ritrovarne invece un altro aspetto, che è quello della narrazione come narrazione. Nell’Orlando Furioso, in Pantagruel o in Tom Jones, la narrazione è invenzione che se parla del mondo non lo fa per mezzo della rappresentazione ma dell’allegoria, il che peraltro è ciò che fanno alcuni tra i narratori americani contemporanei più ammirati. Un romanzo come l’arcobaleno della gravità di Pynchon somiglia molto di più all’Orlando Furioso che ad un romanzo dell’ottocento o neorealista. Abbandonare la pretesa di realismo è importante anche perché siamo in una fase in cui i mezzi di comunicazione riescono ad imporre il loro realismo, cioè a gabellarsi come portatori della realtà.
giugno 22, 2007

I BEI SOGNI DEL DOTTOR BENJAMIN RUSH
Tutta una banda di balenghi disgraziati
nel cortile coi ferri vecchi gli veniva verso,
tutta una baraonda di urloni e bavoni vicino al lago d’acqua sporca gli andava contro.
Perché il Dottor Benjamin Rush come ogni mattina al manicomio faceva una visitina.
Gli capitò per primo un bevone trabalzone,
e che il vinismo era una malanno, sentenziò il misurato dottore.
Quel trincone ciucallone fu spedito lesto a arar la terra,
da mattina a sera l’attrezzo al collo a tritar la gleba,
così imparava la drittura, quel bove d’un vinazzone.
E in quella maniera l’indovinoso Dottore inventava l’orticoltura.
Venne il turno di un maniaco che si pensava leone.
La masturbazione, commentava il tranquillo Dottore.
Troppo sangue al cervello, e quel cialtrone era diventato minchione.
Allora, trionfale comandava allo speziale che le sanguisughe per i salassi corresse ad approntare.
Nel frattempo sotto il portico colmo di ragnatele una magrona tremava,
il dottore avanzava,
e la spilunga vacillava.
Il fantastico dottore ragionava,
quella secca si credeva di vetro, ecco la ragione per cui tremava.
Allora, cauterizzazione del midollo spinale, per quella suonata. Stabiliva il coscienzioso Dottore.
E via con l’immobilizzazione delle parti intime nel gesso
per un pazzoide che si leccava le caviglie.
Abluzione, cauterizzazione e ablazione del piede mancino
per il malinconico coi furori d’amore. E siccome non bastava, alla tortura dell’acqua si passava.
Le infermiere cicalavano negli zoccoletti,
mentre tre robusti valletti preparavano l’acquidoso, col beato Dottore che guardava curioso.
Quando tutto era predisposto i tre robusti valletti chiusero il misero nella cassa,
chiodarono il coperchio coi bulloni
e gettarono la cassa nell’acqua del limpido lago.
Quando il tempo era passato aprirono la cassa, il misero innamorato vomitava
l’intestino e l’intero apparato.
-Ora si lascerà la malattia alle spalle. Bisbigliò soddisfatto lo straordinario Dottore.
E poi dissanguare il bitocco per tre quarti del sangue.
Produrre vesciche per sbollir le teste calde.
E immobilizzare lo scatenato sulla sedia tranquillante.
Stabiliva il sobrio Dottore ogni mattina mentre faceva la sua visitina.
Il grandioso dottor Benjamin Rush
Firmatario della Dichiarazione di Indipendenza americana,
Inventore dell’orticultura
Autore del primo manuale di psichiatria
Padre della psichiatria americana,
il grandioso Dottor Benjamin Rush,
lui morì tranquillo mentre faceva bei sogni.
giugno 14, 2007
cretini
Io sono un cretino che la Madonna non l’ha vista mai.
Tutto consiste in questo, vedere la Madonna o non vederla.
San Giuseppe da Copertino, guardiano di porci, si faceva le ali frequentando la propria maldestrezza e le notti, in preghiera, si guadagnava gli altari della Vergine, a bocca aperta, volando.
I cretini che vedono la Madonna hanno ali improvvise, sanno anche volare e riposare a terra come una piuma. I cretini che la Madonna non la vedono, non hanno le ali, negati al volo eppure volano lo stesso, e invece di posare ricadono come se un tale, avendo i piombi alle caviglie e volendo disfarsene, decide di tagliarsi i piedi e si trascina verso la salvezza, tra lo scherno dei guardiani, fidenti a ragione dell’emorragia imminente che lo fermerà. Ma quelli che vedono non vedono quello che vedono, quelli che volano sono essi stessi il volo. Chi vola non si sa.
Un siffatto miracolo li annienta: più che vedere la Madonna, sono loro la Madonna che vedono. È l’estasi questa paradossale identità demenziale che svuota l’orante del suo soggetto e in cambio lo illude nella oggettivazione di sè, dentro un altro oggetto.
Tutto quanto è diverso, è Dio.
Se vuoi stringere sei tu l’amplesso, quando baci la bocca sei tu.
Divina è l’illusione. Questo è un santo. Così è di tutti i santi, fondamentalmente impreparati, anzi negati. Gli altari muovono verso di loro, macchinati dall’ebetismo della loro psicosi o da forze telluriche equilibranti - ma questo è escluso -. È così che un santo perde se stesso, tramite l’idiozia incontrollata. Un altare comincia dove finisce la misura. Essere santi è perdere il controllo, rinunciare al peso, e il peso è organizzare la propria dimensione. Dove è passata una strega passerà una fata.
Se a frate Asino avessero regalato una mela metà verde e metà rossa, per metà avvelenata, lui che aveva le mani di burro, l’avrebbe perduta di mano. Lui non poteva perdersi o salvarsi, perchè senza intenzione,inetto.
Chi non ha mai pensato alla morte è forse immortale. È così che si vede la Madonna.
Ma i cretini che vedono la Madonna, non la vedono, come due occhi che fissano due occhi attraverso un muro: un miracolo è la trasparenza. Sacramento è questa demenza, perchè una fede accecante li ha sbarrati, questi occhi, ha mutato gli strati - erano di pietra gli strati - li ha mutati in veli. E gli occhi hanno visto la vista. Uno sguardo. O l’uomo è così cieco, oppure Dio è oggettivo.
I cretini che vedono, vedono in una visione se stessi, con le varianti che la fede apporta: se vermi, si rivedono farfalle, se pozzanghere nuvole, se mare cielo. E davanti a questo alter ego si inginocchiano come davanti a Dio.
Si confessano a un secondo peccato. Divino è tutto quanto hanno inconsciamente imparato di sè. Hanno visto la Madonna. Santi.
I cretini che non hanno visto la madonna, hanno orrore di sè, cercano altrove, nel prossimo, nelle donne - in convenevoli del quotidiano fatti preghiere - e questo porta a miriadi di altari. Passionisti della comunicativa, non portano Dio agli altri per ricavare se stessi, ma se stessi agli altri per ricavare Dio. L’ umiltà è conditio prima.
I nostri contemporanei sono stupidi, ma prostrarsi ai piedi dei più stupidi di essi significa pregare. Si prega così oggi. Come sempre. Frequentare i più dotati non vuol dire accostarsi all’assoluto comunque. Essere più gentile dei gentili. Essere finalmente il più cretino.
Religione è una parola antica.
Al momento chiamiamola educazione.
Carmelo Bene
giugno 09, 2007
Ignaz Philipp Semmelweis, il medico
Uno che ha avuto un' idea buona, e con lui la vita è stata niente buona.
Era di gran moda l'anatomia patologica, a Vienna.
E gli esami autoptici eran di gran moda anche loro, a Vienna.
Noi altri da un morto a una puerpera saltavamo.
E le donne anche loro diventavano morte.
Tagliavamo, toglievamo, toccavamo, tiravamo.
E le operazioni ci andavano storte.
Io indagavo, facevo pensieri.
I dottori i morti li studiavano leggeri.
Poi vidi un baffuto fregare sul camice il sangue delle spoglie.
E capii perché le gravide morivano, al momento delle doglie.
Lavarsi le mani, avevo intuito.
Spazzolare le unghie, insaponare le zampe, ammollarle nel cloro.
Ogni dito doveva essere pulito.
Le balie, gli infermieri, le ostetriche soprattutto, dovevano purgarsi anche loro.
Nel giro di un mese le donne restavano sane.
Erano le nostre mani di noi dottori, con le particelle di cadavere, le assassine.
Ma ero un povero magiaro, diceva quel primario d'un cane.
Solo lavarsi le mani, prima di operare le mammine.
Ma per quei viennesi purosangue restavo un infame.
Mi bloccarono. Niente stipendio, escluso dall'ospedale.
Tornai a Pest, e ripresi la faccenda in esame.
Lì scrissi un librone. Eziologia, concetto e profilassi della febbre puerperale.
Le riviste mediche mi ignorarono,
quei quattro amici si allontanarono.
Allora a Joseph Spaeth scrissi
“Lei ha preso parte al massacro, Signor Professore”
A Friedrich Scanzoni scrissi
“Il suo insegnamento si fonda su cadaveri di donne assassinate dall'ignoranza, Signor Professore”.
E lui giù a gridare che ero un bel disgraziato.
Il 29 luglio 1865 la mia affezionatissima moglie volle accompagnarmi in ospedale,
portavamo due dolci a un vecchio amico, mi aveva raccontato.
Poi al ritorno scordò di aspettarmi e della clinica diventai un abituale.
Entrai che avevo quarantasette anni,
e lei non si perse negli affanni.
Nessuno specialista della testa venne a guardarmi.
Solo arrivarono delle grosse guardie grige a fare malanni.
E io, Lavatevi le mani, mentre cercavano di legarmi.
Mi stringevano i polsi e sbraitavo. Lavatevi le mani.
Mi fermavano le gambe e urlavo. Lavatevi le mani.
Loro ci davano dentro con la cinghia.
E io, di risposta, Lavatevi le mani.
Mi strapparono ogni unghia.
Ma sempre, Lavatevi le mani.
Al funerale mia moglie non ci venne.
C'erano solo Karl von Rokitansky, mio maestro elementare,
il prete magro novantenne,
e Carl Braum, il mio avversario principale.
Era agosto.
giugno 06, 2007
esercizio di ascolto numero due
In coda alla cassa del supermercato.
BAMBINA: mamma!
MAMMA: che c’è?
BAMBINA: mi compri questi?
MAMMA: vera siamo pieni di chewing gum in casa, e poi quelli non sono di buona qualità, sai cosa? li mastichi un minuto e già non hanno più sapore.
BAMBINA: ma sono alla fragola, non ne abbiamo in casa alla fragola.
MAMMA: tutti quei chewing gum ti rovineranno i denti, un giorno ti ritroverai con tutti i denti neri e ti pentirai di aver mangiato tutti qui chewing gum.
BAMBINA: ma c’è scritto che fanno bene ai denti questi, guarda.
MAMMA: è che devono venderli i chewing gum, è ovvio che ti dicono che fanno bene, ma ti pare che possano fare bene ai denti dei chewing gum? ti dicono che puoi masticare un chewing gum invece di lavarti i denti, ti pare possibile?
BAMBINA: ma sono senza zucchero.
MAMMA: bene, allora faranno meno male ai denti, ma sicuramente non fanno bene, come se ti dicessero che mangiare un panino da mc donald’s fa bene perchè ci sono le proteine, ma insieme alle proteine ci sono anche grassi e un casino di altra spazzatura. non devi credere a tutto quello che ti dicono o trovi scritto sui pacchetti. possono scrivere quello che vogliono sui pacchetti.
BAMBINA: e uno come fa a sapere cosa è vero e cosa no?
MAMMA: è che quando cresci riesci più o meno a capire chi ti sta dicendo la verità è chi no.
BAMBINA: e tu sai sempre chi ti sta dicendo la verità e chi no?
MAMMA: non sempre.
BAMBINA: io ti dico la verità?
MAMMA: non sempre.
BAMBINA: mamma com’è possibile che tu e papà di momento in momento sapevate come fare con me e mio fratello?
MAMMA: non lo sapevamo. ora forse lo sappiamo un po’ di più.
BAMBINA: mio fratello non mangia abbastanza frutta.
MAMMA: tuo fratello mangia troppa spazzatura.
BAMBINA: però dice che mangia tanto ketchup, dice che è come mangiare le verdure.
MAMMA: tuo fratello dice così perchè in teoria il ketchup è fatto con i pomodori, in pratica ci mettono qualsiasi tipo di schifezza dentro.
BAMBINA: allora perchè si chiama tomato ketchup?
MAMMA: perchè la gente usa le parole per creare la realtà che vuole.
(intorno alle 18:50, Carrefour di pza Lavapies, dietro di me. Nella conversazione originale la madre parlava inglese con un marcato accento americano, la bambina inizialmente parlava spagnolo, da metà in poi ha cominciato a parlare inglese. Ho pensato di tradurre quello che mi ricordo in italiano per la pubblicazione sul blog foscolo1bis, che è in italiano, è possibile che cambi idea per quanto riguarda futuri esercizi di questo tipo. L’esercizio di ascolto è una disciplina che mi impongo per riuscire a estrarre dal rumore che le persone fanno parlando dei brevi frammenti di significato, riportandoli in un dialogo che non deve essere fedele all’originale bensì al suono che ne rimane all’interno del ricordo. Per questo la lingua rappresenta un problema. )
maggio 31, 2007
Verz & Pascale

V- Come sei diventato uno scrittore, qual è stato il tuo percorso?
P- Quando ero più giovane, verso i diciotto-vent’anni, più che dalla scrittura ero affascinato dalla figura dello scrittore, e infatti sceglievo scrittori particolari come Bukowsky, Miller o Rimbaud. Mi sembrava che stessero dentro tutte le cose: la sofferenza, la malinconia, la giornata di pioggia, e che riuscissero a metterle a frutto. Cercavo di imitarli, però ovviamennte quella lì non era la mia voce e quindi scrivevo delle brutte cose. E’ vero che lo scrittore è una specie di vegetale che assorbe per restituire, io però dovevo ancora imparare cosa assorbire. Quindi per molto tempo, per scrivere ho smesso di scrivere e ho letto solamente, per capire quali modelli mi assomigliavano; e ho scoperto che alcuni italiani mi offrivano un terreno di confronto più serio rispetto a Bukowski, Miller e Rimbaud. Così ho cominciato a fare delle prove di racconto. Alcuni di questi racconti sono stati presi da Fofi sullo Straniero, poi ho scritto per il corriere del mezzogiorno una serie di reportage da cui più avanti è nata La città distratta. Quasi all’improvviso mi sono trovato ad essere riconosciuto come scrittore e ho capito che potevo farcela perché stavo lavorando sul modello che mi assomigliava.
P-Non so se ci si migliori con la scrittura, probabilmente si acquista una misura del mondo, di sé stessi nel mondo, ma quanto sia purificante non lo so dire. Insomma, a volte, può capitare che scrivendo metti a fuoco anche un problema che ti tormenta e lo superi, a volte però no. E poi i risultati sono molto lenti, mi sembra che un bilancio si possa fare dopo 30 anni che scrivi, non ha molto senso chiedersi continuamente se la scrittura ti ha aiutato oppure no.
Per quanto riguarda l’impegno civile io sono nato con questa etichetta, perchè il reportage e i racconti che avevo scritto affrontavano tematiche sociali. Però ci ho un po’ riflettuto, e penso che oggi la denuncia è la cosa più facile da fare: su qualunque blog, per dire, c’è qualcuno che denuncia qualcosa che non va, quindi il problema non è denunciare, ma capire come devi farlo. In passato mi ero fissato sull’altare della patria, proprio non mi piaceva. Lo so che c’è una scuola di pensiero che dice che è bello, è ironico, ma secondo me contiene tutti gli stilemi del fascismo: la retorica, la pomposità, i capitelli, quell’idea di grecia un po’ decadente. Tutto questo stona con i principi della costituzione e con il fatto che siamo una repubblica antifascista. Come faccio a condannare il fascismo se uso lo stesso linguaggio, è una contraddizione. Ecco, secondo me la denuncia deve partire proprio dall’invenzione di uno stile alternativo agli stilemi del potere che contesti. Per restare in tema di monumenti, il monumento delle fosse ardeatine a Roma è davvero un monumento civile, non perchè commemora i morti delle fosse ardeatine ma perchè ha rifiutato il classico stile commemorativo del fascismo inventando un altro stile.
P-Prendiamo l’ultimo caso letterario dell’anno, gomorra di Roberto Saviano. Il libro mi piace molto, tratta di cose che noi che abitiamo al sud conosciamo ma che Roberto ha saputo mettere finalmente molto bene in scena. La cosa, invece, che mi piace di meno è che non capisco mai dove finisce l’invenzione e dove invece ci sono i fatti. In una materia come quella, così difficile, bisognava essere più chiari, invece il personaggio Saviano è un personaggio romanzato, sempre al posto giusto nel momento giusto, onnipresente accade un fatto e lui c’è. Ovviamente molto di questo è evidentemente romanzata, non falsa si intende, ma romanzata, la storia del sarto che ha fatto il vestito ad Angelina Jolie, per dire, è una cosa che probabilmente qualcuno gli avrà raccontato. Ecco, questo a volte rischia di confondere. Detto questo, è un gran bel libro.
V-Secondo me la differenza tra uno scrittore e un aspirante scrittore, penso a chi ha frequentato una scuola di scrittura come la mia, non dipenda tanto da una minore conoscenza delle tecniche, ma da una mancanza di forza in quello che scrive. I testi scritti bene non sono pochi, ma quelli da cui passa qualcosa si.
P-In effetti anche io ho notato un miglioramento molto forte, oggi è difficile trovare persone che scrivono male, generalmente hanno tutti una certa correttezza formale. Il problema è che si dovrebbe scrivere perchè c’è un ossessione, un gusto, e questi li trovo di rado. C’è una pulizia, un attenzione al personaggio, le cose accadono quando devono accadere, però quello che manca è il pensiero: tu cosa mi vuoi dire, perchè mi porti là? Il fatto è che a 24-25 anni,l’età in cui si frequentano le scuole di scrittura si è un po’ poveri di esperienza, mentre la scrittura è una disciplina che affronti meglio quanto più fai esperienza e ci ragioni sopra. A quell’età si è più retorici, più teorici, si amano le idee e non le persone, e quindi escono fuori dei racconti poco pratici. Anche se forse dico così perché io preferisco la letteratura empirica a quella teorica.
V-Come capisci che sei sulla strada giusta?Quanto sono importanti le tecniche?
P-Credo che molti scrittori usino la tecnica in maniera inconscia: spesso ragionando sui personaggi trovano quella strada, quelle regole. Altri scrittori sono invece capaci di seguire delle regole canonizzate. Io non so a quale di queste due categorie appartengo, spesso quando rileggo i miei libri penso che adesso avrei fatto in un altro modo, il che dipende probabilmente dal fatto che la consapevolezza della mia scrittura è aumentata. Quando cominci a scrivere la consapevolezza è più bassa, più sporca, poi andando avanti e misurandoti con le recensioni, i consigli, cresce. E questa è l’altra difficoltà: a volte nello scrittore c’è così tanta consapevolezza, così tanta forza nelle tecniche, che alla fine si vede più la filigrana che non il pensiero. Secondo me il libro più bello di quest’anno è Caos calmo di Veronesi; ci ha messo 5 anni a scriverlo con vari tormenti. Forse complicarsi un po’ la vita quando si scrive è proprio la strada o la tecnica migliore, perché i tormenti del personaggio sulla pagina sono un po’ i tuoi tormenti interiori e la fantasia in fondo è questo, l’arte di creare degli ostacoli ma soprattutto il modo di superarli.
P-Un’idea di letteratura popolare; a me piaciono le cose chiare, non semplici ma chiare. Mi sembra che più lo scrittore è chiaro più energia c’è in quello che scrive. Tutta la letteratura sperimentale, oscura, arcana, melodrammatica, non mi convince molto; non mi convincono neanche gli scrittori che hanno un mondo interiore sempre mobile, sempre acceso. Il mio modello narrativo sono quegli autori che hanno una sorta di attenzione a quello che pensano, alle proprie emozioni e alla propria vita interiore, ma anche alle conseguenze di tutto questo sul mondo esterno. Quando ero più giovane mi interessava il grande impatto emotivo sul personaggio, invece adesso mi piace di più il personaggio a cui mentre esce di casa per il gran caldo, sudato, succede qualche piccola cosa che cambia un po’ la sua vita e cambiando la sua vita cambia anche un po’ la vita degli altri. Ecco, come si sposta il mondo, questo mi interessa, e quando uno scrittore trova questa misura mi piace molto.
V-Cosa ti interessa raccontare oggi?
P-Ho compiuto quarant’anni, e dopo aver raccontato la società , la corruzione, adesso mi interessano cose un po’ più essenziali. A questa età, la cosa che viene secondo me viene fuori è il sesso, inteso come sperimentazione di sè, come arrivare a delle zone oscure mascherate. Come conoscenza.
V-Ci sono delle forme che vorresti sperimentare?
P-Mi interessa molto la fiction amercana di qualità, sopranos, e.r, six feet under che tra l’altro mi sembrano riprendere certi modelli della letteratura russa. Secondo me il meccanismo seriale si può importare anche nei romanzi. L’ha fatto anche Roth con zuckerman, un personaggio che tu segui fin da piccolo mentre cresce, cambia ed invecchia insieme a te. Un personaggio così, capace di prendere forza e anima può essere un buon metro per attraversare il mondo, ed è quello che sto provando a fare anch’io. I miei racconti da ora in poi avranno come protagonista Vincenzo Postiglione, che il lettore già conosce iniseme ai membri della sua famiglia e che seguirà nelle sue avventure.
V-Qual’è il tuo rapporto con le case editrici?
P-Questo è un discorso complesso, perché l’aspirante scrittore tende a piangere, a dirsi ho le carte per pubblicare ma non me lo fanno fare, mentre in Italia si pubblica parecchio. Il problema è che le case editrici hanno come riferimento, come forza trainante, soltanto alcuni autori, ad esempio Benni per Feltrinelli. Gli autori però sono tanti, anche molto diversi tra loro, e generalmente è difficile che l’ufficio stampa riesca a trovare il modo per pubblicizzare queste diversità. Quindi generalmente si fa così: esce il libro, l’ufficio stampa fa delle telefonate, spesso alle segreterie telefoniche di qualche giornalista, e finisce lì. Non c’è una misura per te insomma.





