luglio 28, 2007

Tre di San Michele


Carlo Conti, consigliere comunale.


Per una sera con Olga,

la cameriera bianca e rossa,

sono finito in malora nella riva di San Michele,

insieme al benzinaio

e Olga, quella faccia da pagnotta.


Olga Mareschini, cameriera


Alle nove arrivava, la testa grossa i denti grandi,

sedeva, gli occhi ingiù, mi sbirciava. Adelino, che era benzinaio e voleva fare il suonatore,

ogni sera si prendeva una coppetta e m’aspettava.

Poi sui tavoli le sedie, a braccetto fino a casa,

un bacio sulla testa, sulla mano una carezza, e mi salutava.

Venne una sera il consigliere comunale,

all’antipasto occhieggiava

altro pane e mi puntava

il caffè, il fernet, e dritto a casa mi menava.

Quella sera che non si guardarono le carezze,

lui slacciava, la faccia s’informicava, il consigliere comunale m’affogava,

ma poi la porta tremava, Adelino che batteva,

e alla fine l’orecchio se ne andava.


Adelino Casetta, benzinaio.


Era andata niente bene quell'anno.

Il benzinaio nuovo cinque pompe, il bar, i bollini coi regali,

poi la strada nuova,

e gran macchine andavano per la strada nuova.

Allora restava Olga, se ce n’era una che andava bene,

perché anche al complesso eran cominciate le grane.

Col buio portarla a casa, i baci le carezze,

Olga la sera era una mela per bagnarsi la bocca.

Ma poi le guance più rosse e il sedere uno sgabello, andava con le anguille in mano

avanti indietro al consigliere comunale,

quella sera

neanche un’ora, già chiudevan la luce e liberavan le sottane.

Quando mi aveva aperto

quella faccia ridanciana le brillavano gli occhi,

tempo un momento e con le palette era partito l’orecchio.

Quella gridava,

il sangue scolava il consigliere comunale che urlava.

Siam finiti giù dalla riva di San Michele.

Io, Olga e quello, tutti e tre con la testa fracassata.

luglio 01, 2007

Verd vs Mozzi, parte prima.


V - La prima domanda che ti faccio riguarda la mia esperienza di studente in una scuola di scrittura. Spesso sento dire che non c’è male, che le cose che io e i miei compagni scriviamo hanno una discreta qualità, soprattutto tecnica. Però mancano, per così dire, di forza. Anche tu, nel tuo lavoro di editor, hai la sensazione che quello che oggi manca agli aspiranti scrittori non sia la tecnica?
M - Da noi arrivano una quantità di testi impressionante. Di questi c’è n’è una gran numero, diciamo il 90%, che elimino senza patemi perché a prima vista sembrano scritti male, abbondano di cliché, di cose standard. Nel restante 10% ci sono testi che sono ben fatti e che quindi leggo dal principio alla fine, ma dopo averli letti mi dico: si vabbè, ma questo non mi interessa.

V - Come capisci che un testo ha forza, che è interessante?
M - Possiamo dividere il campo con una linea: su questa linea stanno tutti i testi che sono fatti bene, in cui il modo della narrazione è ineccepibile. Al di qua della linea ci sono quelli di chi non sa fare, e al di là ci sono quelli di chi sorpassa il ben fatto per mettersi a fare dell’altro; altro che può essere un’invenzione formale o il raccontare qualcosa di così interessante per la sua materia che il fatto che il racconto sia in sé ben fatto non si vede neanche. Io cerco di pubblicare quei testi in cui accadono entrambe le cose, in cui la materia è interessante e non c’è un uso semplicemente utilitaristico delle forme.

V - Chi rientra in quel 10% di testi fatti bene ma non ancora abbastanza da essere pubblicati? Voglio dire, si tratta di un insieme omogeneo, magari persone che si occupano già di scrittura, che frequentano corsi, scuole, che hanno già alle spalle qualche piccola pubblicazione, o c’è di tutto?
M - Ci sono anche testi di persone che hanno pubblicato in qualche rivista, che hanno già fatto delle cose, ma non mi sembra che sia questo il discrimine. Mi capita di ricevere testi da persone che hanno già pubblicato libri che mi sembrano altrettanto ingenui e inutili di testi inviati da sconosciuti assoluti. La scelta in questi casi è più che altro decidere se fare la scommessa di seguire questa persona. Il testo che ho sul tavolo mi sembra scritto assai bene, è molto pimpante, molto giovanile, molto tutto, ma non credo che quando avrò finito deciderò che questo romanzo si pubblica. Credo che quando avrò finito potrei decidere di telefonare a questa persona e proporgli di vederci e avviare una relazione dalla quale più in là, forse, nascerà un libro.

V - Ti chiedo una tua definizione di letteratura.
M - Letteratura è qualcosa di scritto.

V - Non pensi che una definizione di letteratura debba fare i conti anche con i parametri del "bello" o almeno del "ben fatto"?
M - Io dico che letteratura è ciò che è scritto, perché questo è un criterio che può essere applicato da me come da chiunque altro. Se devi decidere tra cosa è e cosa non è, non può esserci un giudizio di valore, occorre trovare il criterio più difficile da contestare. Se inizio a pensare che è letteratura ciò che è bello, che è in realtà l’uso ordinario della parola, uso il modello del ragionamento razzista. Sarebbe come dire che per essere un uomo non basta essere un bipede, avere le caratteristiche fisiche degli altri uomini, ma occorre anche un giudizio di valore. Io sarei per la non motivazione dei giudizi di valore. Se tu mi chiedi che cosa è bello, ti rispondo che ci sono cose belle. Quanto all’aspetto tecnico, dentro la letteratura vi sono una quantità di testi che sono adeguati rispetto alle convenzioni retoriche, narrative, argomentative, del tempo. Questi sono i testi ben fatti. La bellezza però è un’altra cosa. Se una cosa è bella è anche tecnicamente a posto, se mi sembra tecnicamente non a posto ma bella, probabilmente vuol dire che contiene delle innovazioni tecniche che io non so ancora decifrare e che quindi mi sembrano degli sbagli, ma non è la qualità tecnica che determina la bellezza, è la bellezza che valorizza anche da un punto di vista tecnico ciò che c’è nel testo.

V - Come scrittore cos’è che ti interessa raccontare, e cos’è che secondo te oggi andrebbe raccontato?
M - Ciò che mi interessa raccontare è la perdita di controllo sul corpo, mi sembra sia quello che sta avvenendo dopo la separazione tra anima e corpo.
Rispetto alla seconda domanda, ci sono più che altro delle forme che secondo me andrebbero saggiate e sperimentate. Mi sembra che oggi ci sia la possibilità di liquidare il romanzo ottocentesco e di recuperare il romanzo sei-settecentesco, cioè la possibilità di chiudere questa strana parentesi in cui si pensava che la narrazione, il romanzo in particolare, fossero racconti del mondo sociologicamente rilevanti, come in Manzoni, Zolà, e ritrovarne invece un altro aspetto, che è quello della narrazione come narrazione. Nell’Orlando Furioso, in Pantagruel o in Tom Jones, la narrazione è invenzione che se parla del mondo non lo fa per mezzo della rappresentazione ma dell’allegoria, il che peraltro è ciò che fanno alcuni tra i narratori americani contemporanei più ammirati. Un romanzo come l’arcobaleno della gravità di Pynchon somiglia molto di più all’Orlando Furioso che ad un romanzo dell’ottocento o neorealista. Abbandonare la pretesa di realismo è importante anche perché siamo in una fase in cui i mezzi di comunicazione riescono ad imporre il loro realismo, cioè a gabellarsi come portatori della realtà.

giugno 22, 2007


I BEI SOGNI DEL DOTTOR BENJAMIN RUSH

Tutta una banda di balenghi disgraziati

nel cortile coi ferri vecchi gli veniva verso,

tutta una baraonda di urloni e bavoni vicino al lago d’acqua sporca gli andava contro.


Perché il Dottor Benjamin Rush come ogni mattina al manicomio faceva una visitina.

Gli capitò per primo un bevone trabalzone,

e che il vinismo era una malanno, sentenziò il misurato dottore.

Quel trincone ciucallone fu spedito lesto a arar la terra,

da mattina a sera l’attrezzo al collo a tritar la gleba,

così imparava la drittura, quel bove d’un vinazzone.

E in quella maniera l’indovinoso Dottore inventava l’orticoltura.


Venne il turno di un maniaco che si pensava leone.

La masturbazione, commentava il tranquillo Dottore.

Troppo sangue al cervello, e quel cialtrone era diventato minchione.

Allora, trionfale comandava allo speziale che le sanguisughe per i salassi corresse ad approntare.


Nel frattempo sotto il portico colmo di ragnatele una magrona tremava,

il dottore avanzava,

e la spilunga vacillava.

Il fantastico dottore ragionava,

quella secca si credeva di vetro, ecco la ragione per cui tremava.

Allora, cauterizzazione del midollo spinale, per quella suonata. Stabiliva il coscienzioso Dottore.


E via con l’immobilizzazione delle parti intime nel gesso

per un pazzoide che si leccava le caviglie.

Abluzione, cauterizzazione e ablazione del piede mancino

per il malinconico coi furori d’amore. E siccome non bastava, alla tortura dell’acqua si passava.


Le infermiere cicalavano negli zoccoletti,

mentre tre robusti valletti preparavano l’acquidoso, col beato Dottore che guardava curioso.


Quando tutto era predisposto i tre robusti valletti chiusero il misero nella cassa,

chiodarono il coperchio coi bulloni

e gettarono la cassa nell’acqua del limpido lago.

Quando il tempo era passato aprirono la cassa, il misero innamorato vomitava

l’intestino e l’intero apparato.

-Ora si lascerà la malattia alle spalle. Bisbigliò soddisfatto lo straordinario Dottore.


E poi dissanguare il bitocco per tre quarti del sangue.

Produrre vesciche per sbollir le teste calde.

E immobilizzare lo scatenato sulla sedia tranquillante.

Stabiliva il sobrio Dottore ogni mattina mentre faceva la sua visitina.


Il grandioso dottor Benjamin Rush

Firmatario della Dichiarazione di Indipendenza americana,

Inventore dell’orticultura

Autore del primo manuale di psichiatria

Padre della psichiatria americana,

il grandioso Dottor Benjamin Rush,

lui morì tranquillo mentre faceva bei sogni.

giugno 14, 2007

cretini

Ci sono cretini che hanno visto la Madonna e ci sono cretini che non hanno visto la Madonna.
Io sono un cretino che la Madonna non l’ha vista mai.
Tutto consiste in questo, vedere la Madonna o non vederla.
San Giuseppe da Copertino, guardiano di porci, si faceva le ali frequentando la propria maldestrezza e le notti, in preghiera, si guadagnava gli altari della Vergine, a bocca aperta, volando.
I cretini che vedono la Madonna hanno ali improvvise, sanno anche volare e riposare a terra come una piuma. I cretini che la Madonna non la vedono, non hanno le ali, negati al volo eppure volano lo stesso, e invece di posare ricadono come se un tale, avendo i piombi alle caviglie e volendo disfarsene, decide di tagliarsi i piedi e si trascina verso la salvezza, tra lo scherno dei guardiani, fidenti a ragione dell’emorragia imminente che lo fermerà. Ma quelli che vedono non vedono quello che vedono, quelli che volano sono essi stessi il volo. Chi vola non si sa.
Un siffatto miracolo li annienta: più che vedere la Madonna, sono loro la Madonna che vedono. È l’estasi questa paradossale identità demenziale che svuota l’orante del suo soggetto e in cambio lo illude nella oggettivazione di sè, dentro un altro oggetto.
Tutto quanto è diverso, è Dio.
Se vuoi stringere sei tu l’amplesso, quando baci la bocca sei tu.
Divina è l’illusione. Questo è un santo. Così è di tutti i santi, fondamentalmente impreparati, anzi negati. Gli altari muovono verso di loro, macchinati dall’ebetismo della loro psicosi o da forze telluriche equilibranti - ma questo è escluso -. È così che un santo perde se stesso, tramite l’idiozia incontrollata. Un altare comincia dove finisce la misura. Essere santi è perdere il controllo, rinunciare al peso, e il peso è organizzare la propria dimensione. Dove è passata una strega passerà una fata.
Se a frate Asino avessero regalato una mela metà verde e metà rossa, per metà avvelenata, lui che aveva le mani di burro, l’avrebbe perduta di mano. Lui non poteva perdersi o salvarsi, perchè senza intenzione,inetto.
Chi non ha mai pensato alla morte è forse immortale. È così che si vede la Madonna.
Ma i cretini che vedono la Madonna, non la vedono, come due occhi che fissano due occhi attraverso un muro: un miracolo è la trasparenza. Sacramento è questa demenza, perchè una fede accecante li ha sbarrati, questi occhi, ha mutato gli strati - erano di pietra gli strati - li ha mutati in veli. E gli occhi hanno visto la vista. Uno sguardo. O l’uomo è così cieco, oppure Dio è oggettivo.
I cretini che vedono, vedono in una visione se stessi, con le varianti che la fede apporta: se vermi, si rivedono farfalle, se pozzanghere nuvole, se mare cielo. E davanti a questo alter ego si inginocchiano come davanti a Dio.
Si confessano a un secondo peccato. Divino è tutto quanto hanno inconsciamente imparato di sè. Hanno visto la Madonna. Santi.
I cretini che non hanno visto la madonna, hanno orrore di sè, cercano altrove, nel prossimo, nelle donne - in convenevoli del quotidiano fatti preghiere - e questo porta a miriadi di altari. Passionisti della comunicativa, non portano Dio agli altri per ricavare se stessi, ma se stessi agli altri per ricavare Dio. L’ umiltà è conditio prima.
I nostri contemporanei sono stupidi, ma prostrarsi ai piedi dei più stupidi di essi significa pregare. Si prega così oggi. Come sempre. Frequentare i più dotati non vuol dire accostarsi all’assoluto comunque. Essere più gentile dei gentili. Essere finalmente il più cretino.
Religione è una parola antica.
Al momento chiamiamola educazione.

Carmelo Bene

giugno 09, 2007

Ignaz Philipp Semmelweis, il medico

Uno che ha avuto un' idea buona, e con lui la vita è stata niente buona.


Era di gran moda l'anatomia patologica, a Vienna.
E gli esami autoptici eran di gran moda anche loro, a Vienna.
Noi altri da un morto a una puerpera saltavamo.
E le donne anche loro diventavano morte.
Tagliavamo, toglievamo, toccavamo, tiravamo.
E le operazioni ci andavano storte.
Io indagavo, facevo pensieri.
I dottori i morti li studiavano leggeri.
Poi vidi un baffuto fregare sul camice il sangue delle spoglie.
E capii perché le gravide morivano, al momento delle doglie.

Lavarsi le mani, avevo intuito.
Spazzolare le unghie, insaponare le zampe, ammollarle nel cloro.
Ogni dito doveva essere pulito.
Le balie, gli infermieri, le ostetriche soprattutto, dovevano purgarsi anche loro.
Nel giro di un mese le donne restavano sane.
Erano le nostre mani di noi dottori, con le particelle di cadavere, le assassine.
Ma ero un povero magiaro, diceva quel primario d'un cane.
Solo lavarsi le mani, prima di operare le mammine.
Ma per quei viennesi purosangue restavo un infame.
Mi bloccarono. Niente stipendio, escluso dall'ospedale.
Tornai a Pest, e ripresi la faccenda in esame.
Lì scrissi un librone. Eziologia, concetto e profilassi della febbre puerperale.
Le riviste mediche mi ignorarono,
quei quattro amici si allontanarono.

Allora a Joseph Spaeth scrissi
“Lei ha preso parte al massacro, Signor Professore”
A Friedrich Scanzoni scrissi
“Il suo insegnamento si fonda su cadaveri di donne assassinate dall'ignoranza, Signor Professore”.
E lui giù a gridare che ero un bel disgraziato.
Il 29 luglio 1865 la mia affezionatissima moglie volle accompagnarmi in ospedale,
portavamo due dolci a un vecchio amico, mi aveva raccontato.
Poi al ritorno scordò di aspettarmi e della clinica diventai un abituale.
Entrai che avevo quarantasette anni,
e lei non si perse negli affanni.

Nessuno specialista della testa venne a guardarmi.
Solo arrivarono delle grosse guardie grige a fare malanni.
E io, Lavatevi le mani, mentre cercavano di legarmi.
Mi stringevano i polsi e sbraitavo. Lavatevi le mani.
Mi fermavano le gambe e urlavo. Lavatevi le mani.

Loro ci davano dentro con la cinghia.
E io, di risposta, Lavatevi le mani.
Mi strapparono ogni unghia.
Ma sempre, Lavatevi le mani.
Al funerale mia moglie non ci venne.
C'erano solo Karl von Rokitansky, mio maestro elementare,
il prete magro novantenne,
e Carl Braum, il mio avversario principale.
Era agosto.

giugno 06, 2007

esercizio di ascolto numero due

In coda alla cassa del supermercato.


BAMBINA: mamma!

MAMMA: che c’è?

BAMBINA: mi compri questi?

MAMMA: vera siamo pieni di chewing gum in casa, e poi quelli non sono di buona qualità, sai cosa? li mastichi un minuto e già non hanno più sapore.

BAMBINA: ma sono alla fragola, non ne abbiamo in casa alla fragola.

MAMMA: tutti quei chewing gum ti rovineranno i denti, un giorno ti ritroverai con tutti i denti neri e ti pentirai di aver mangiato tutti qui chewing gum.

BAMBINA: ma c’è scritto che fanno bene ai denti questi, guarda.

MAMMA: è che devono venderli i chewing gum, è ovvio che ti dicono che fanno bene, ma ti pare che possano fare bene ai denti dei chewing gum? ti dicono che puoi masticare un chewing gum invece di lavarti i denti, ti pare possibile?

BAMBINA: ma sono senza zucchero.

MAMMA: bene, allora faranno meno male ai denti, ma sicuramente non fanno bene, come se ti dicessero che mangiare un panino da mc donald’s fa bene perchè ci sono le proteine, ma insieme alle proteine ci sono anche grassi e un casino di altra spazzatura. non devi credere a tutto quello che ti dicono o trovi scritto sui pacchetti. possono scrivere quello che vogliono sui pacchetti.

BAMBINA: e uno come fa a sapere cosa è vero e cosa no?

MAMMA: è che quando cresci riesci più o meno a capire chi ti sta dicendo la verità è chi no.

BAMBINA: e tu sai sempre chi ti sta dicendo la verità e chi no?

MAMMA: non sempre.

BAMBINA: io ti dico la verità?

MAMMA: non sempre.

BAMBINA: mamma com’è possibile che tu e papà di momento in momento sapevate come fare con me e mio fratello?

MAMMA: non lo sapevamo. ora forse lo sappiamo un po’ di più.

BAMBINA: mio fratello non mangia abbastanza frutta.

MAMMA: tuo fratello mangia troppa spazzatura.

BAMBINA: però dice che mangia tanto ketchup, dice che è come mangiare le verdure.

MAMMA: tuo fratello dice così perchè in teoria il ketchup è fatto con i pomodori, in pratica ci mettono qualsiasi tipo di schifezza dentro.

BAMBINA: allora perchè si chiama tomato ketchup?

MAMMA: perchè la gente usa le parole per creare la realtà che vuole.


(intorno alle 18:50, Carrefour di pza Lavapies, dietro di me. Nella conversazione originale la madre parlava inglese con un marcato accento americano, la bambina inizialmente parlava spagnolo, da metà in poi ha cominciato a parlare inglese. Ho pensato di tradurre quello che mi ricordo in italiano per la pubblicazione sul blog foscolo1bis, che è in italiano, è possibile che cambi idea per quanto riguarda futuri esercizi di questo tipo. L’esercizio di ascolto è una disciplina che mi impongo per riuscire a estrarre dal rumore che le persone fanno parlando dei brevi frammenti di significato, riportandoli in un dialogo che non deve essere fedele all’originale bensì al suono che ne rimane all’interno del ricordo. Per questo la lingua rappresenta un problema. )

maggio 31, 2007

Verz & Pascale




V- Come sei diventato uno scrittore, qual è stato il tuo percorso?
P- Quando ero più giovane, verso i diciotto-vent’anni, più che dalla scrittura ero affascinato dalla figura dello scrittore, e infatti sceglievo scrittori particolari come Bukowsky, Miller o Rimbaud. Mi sembrava che stessero dentro tutte le cose: la sofferenza, la malinconia, la giornata di pioggia, e che riuscissero a metterle a frutto. Cercavo di imitarli, però ovviamennte quella lì non era la mia voce e quindi scrivevo delle brutte cose. E’ vero che lo scrittore è una specie di vegetale che assorbe per restituire, io però dovevo ancora imparare cosa assorbire. Quindi per molto tempo, per scrivere ho smesso di scrivere e ho letto solamente, per capire quali modelli mi assomigliavano; e ho scoperto che alcuni italiani mi offrivano un terreno di confronto più serio rispetto a Bukowski, Miller e Rimbaud. Così ho cominciato a fare delle prove di racconto. Alcuni di questi racconti sono stati presi da Fofi sullo Straniero, poi ho scritto per il corriere del mezzogiorno una serie di reportage da cui più avanti è nata La città distratta. Quasi all’improvviso mi sono trovato ad essere riconosciuto come scrittore e ho capito che potevo farcela perché stavo lavorando sul modello che mi assomigliava.
V-Secondo te la scrittura è una forma di impegno personale, qualcosa attraverso la quale ci si migliora? E ha senso parlare invece di letteratura civile?
P-Non so se ci si migliori con la scrittura, probabilmente si acquista una misura del mondo, di sé stessi nel mondo, ma quanto sia purificante non lo so dire. Insomma, a volte, può capitare che scrivendo metti a fuoco anche un problema che ti tormenta e lo superi, a volte però no. E poi i risultati sono molto lenti, mi sembra che un bilancio si possa fare dopo 30 anni che scrivi, non ha molto senso chiedersi continuamente se la scrittura ti ha aiutato oppure no.
Per quanto riguarda l’impegno civile io sono nato con questa etichetta, perchè il reportage e i racconti che avevo scritto affrontavano tematiche sociali. Però ci ho un po’ riflettuto, e penso che oggi la denuncia è la cosa più facile da fare: su qualunque blog, per dire, c’è qualcuno che denuncia qualcosa che non va, quindi il problema non è denunciare, ma capire come devi farlo. In passato mi ero fissato sull’altare della patria, proprio non mi piaceva. Lo so che c’è una scuola di pensiero che dice che è bello, è ironico, ma secondo me contiene tutti gli stilemi del fascismo: la retorica, la pomposità, i capitelli, quell’idea di grecia un po’ decadente. Tutto questo stona con i principi della costituzione e con il fatto che siamo una repubblica antifascista. Come faccio a condannare il fascismo se uso lo stesso linguaggio, è una contraddizione. Ecco, secondo me la denuncia deve partire proprio dall’invenzione di uno stile alternativo agli stilemi del potere che contesti. Per restare in tema di monumenti, il monumento delle fosse ardeatine a Roma è davvero un monumento civile, non perchè commemora i morti delle fosse ardeatine ma perchè ha rifiutato il classico stile commemorativo del fascismo inventando un altro stile.
V-Una tua opinione su quelle narrazioni a metà tra l’invenzione, l’inchiesta e il reportage.
P-Prendiamo l’ultimo caso letterario dell’anno, gomorra di Roberto Saviano. Il libro mi piace molto, tratta di cose che noi che abitiamo al sud conosciamo ma che Roberto ha saputo mettere finalmente molto bene in scena. La cosa, invece, che mi piace di meno è che non capisco mai dove finisce l’invenzione e dove invece ci sono i fatti. In una materia come quella, così difficile, bisognava essere più chiari, invece il personaggio Saviano è un personaggio romanzato, sempre al posto giusto nel momento giusto, onnipresente accade un fatto e lui c’è. Ovviamente molto di questo è evidentemente romanzata, non falsa si intende, ma romanzata, la storia del sarto che ha fatto il vestito ad Angelina Jolie, per dire, è una cosa che probabilmente qualcuno gli avrà raccontato. Ecco, questo a volte rischia di confondere. Detto questo, è un gran bel libro.

V-Secondo me la differenza tra uno scrittore e un aspirante scrittore, penso a chi ha frequentato una scuola di scrittura come la mia, non dipenda tanto da una minore conoscenza delle tecniche, ma da una mancanza di forza in quello che scrive. I testi scritti bene non sono pochi, ma quelli da cui passa qualcosa si.
P-In effetti anche io ho notato un miglioramento molto forte, oggi è difficile trovare persone che scrivono male, generalmente hanno tutti una certa correttezza formale. Il problema è che si dovrebbe scrivere perchè c’è un ossessione, un gusto, e questi li trovo di rado. C’è una pulizia, un attenzione al personaggio, le cose accadono quando devono accadere, però quello che manca è il pensiero: tu cosa mi vuoi dire, perchè mi porti là? Il fatto è che a 24-25 anni,l’età in cui si frequentano le scuole di scrittura si è un po’ poveri di esperienza, mentre la scrittura è una disciplina che affronti meglio quanto più fai esperienza e ci ragioni sopra. A quell’età si è più retorici, più teorici, si amano le idee e non le persone, e quindi escono fuori dei racconti poco pratici. Anche se forse dico così perché io preferisco la letteratura empirica a quella teorica.

V-Come capisci che sei sulla strada giusta?Quanto sono importanti le tecniche?
P-Credo che molti scrittori usino la tecnica in maniera inconscia: spesso ragionando sui personaggi trovano quella strada, quelle regole. Altri scrittori sono invece capaci di seguire delle regole canonizzate. Io non so a quale di queste due categorie appartengo, spesso quando rileggo i miei libri penso che adesso avrei fatto in un altro modo, il che dipende probabilmente dal fatto che la consapevolezza della mia scrittura è aumentata. Quando cominci a scrivere la consapevolezza è più bassa, più sporca, poi andando avanti e misurandoti con le recensioni, i consigli, cresce. E questa è l’altra difficoltà: a volte nello scrittore c’è così tanta consapevolezza, così tanta forza nelle tecniche, che alla fine si vede più la filigrana che non il pensiero. Secondo me il libro più bello di quest’anno è Caos calmo di Veronesi; ci ha messo 5 anni a scriverlo con vari tormenti. Forse complicarsi un po’ la vita quando si scrive è proprio la strada o la tecnica migliore, perché i tormenti del personaggio sulla pagina sono un po’ i tuoi tormenti interiori e la fantasia in fondo è questo, l’arte di creare degli ostacoli ma soprattutto il modo di superarli.
V-Qual’è la tua idea di letteraturta?
P-Un’idea di letteratura popolare; a me piaciono le cose chiare, non semplici ma chiare. Mi sembra che più lo scrittore è chiaro più energia c’è in quello che scrive. Tutta la letteratura sperimentale, oscura, arcana, melodrammatica, non mi convince molto; non mi convincono neanche gli scrittori che hanno un mondo interiore sempre mobile, sempre acceso. Il mio modello narrativo sono quegli autori che hanno una sorta di attenzione a quello che pensano, alle proprie emozioni e alla propria vita interiore, ma anche alle conseguenze di tutto questo sul mondo esterno. Quando ero più giovane mi interessava il grande impatto emotivo sul personaggio, invece adesso mi piace di più il personaggio a cui mentre esce di casa per il gran caldo, sudato, succede qualche piccola cosa che cambia un po’ la sua vita e cambiando la sua vita cambia anche un po’ la vita degli altri. Ecco, come si sposta il mondo, questo mi interessa, e quando uno scrittore trova questa misura mi piace molto.

V-Cosa ti interessa raccontare oggi?
P-Ho compiuto quarant’anni, e dopo aver raccontato la società , la corruzione, adesso mi interessano cose un po’ più essenziali. A questa età, la cosa che viene secondo me viene fuori è il sesso, inteso come sperimentazione di sè, come arrivare a delle zone oscure mascherate. Come conoscenza.

V-Ci sono delle forme che vorresti sperimentare?
P-Mi interessa molto la fiction amercana di qualità, sopranos, e.r, six feet under che tra l’altro mi sembrano riprendere certi modelli della letteratura russa. Secondo me il meccanismo seriale si può importare anche nei romanzi. L’ha fatto anche Roth con zuckerman, un personaggio che tu segui fin da piccolo mentre cresce, cambia ed invecchia insieme a te. Un personaggio così, capace di prendere forza e anima può essere un buon metro per attraversare il mondo, ed è quello che sto provando a fare anch’io. I miei racconti da ora in poi avranno come protagonista Vincenzo Postiglione, che il lettore già conosce iniseme ai membri della sua famiglia e che seguirà nelle sue avventure.

V-Qual’è il tuo rapporto con le case editrici?
P-Questo è un discorso complesso, perché l’aspirante scrittore tende a piangere, a dirsi ho le carte per pubblicare ma non me lo fanno fare, mentre in Italia si pubblica parecchio. Il problema è che le case editrici hanno come riferimento, come forza trainante, soltanto alcuni autori, ad esempio Benni per Feltrinelli. Gli autori però sono tanti, anche molto diversi tra loro, e generalmente è difficile che l’ufficio stampa riesca a trovare il modo per pubblicizzare queste diversità. Quindi generalmente si fa così: esce il libro, l’ufficio stampa fa delle telefonate, spesso alle segreterie telefoniche di qualche giornalista, e finisce lì. Non c’è una misura per te insomma.